A.A.A. serial killer cercasi

Pubblicato: Giovedì, 22 Giugno 2017

di Federica Pergola


Perché un mediocre e bruttino (ha la testa a rettangolo, gli occhi piccoli, il naso grosso, la pelle nerissima) carrozziere non può accontentarsi della sua normale vita tra i vicoli di un miserabile quartiere africano dal nome illuminante: “colui che beve l’acqua è un imbecille”? Perché non può gioire di una esistenza ordinata, passata a picchiare sulle carcasse delle auto e poi barcamenarsi tra le prostitute, gli ubriaconi e i delinquenti dei vicoli lì attorno?

Ma perché Gregoire Nakobomayo è cresciuto con, negli occhi e nella testa, le gesta del suo idolo e Gran Maestro: lo spietato Angoualima, serial killer che ha seminato il terrore negli anni passati, decapitando le sue vittime, o facendole semplicemente a pezzi… “Nessuno sapeva in che quartiere abitasse l’assassino senza volto. Era ovunque. Si favoleggiava che abitasse sottoterra, perché aveva il totem del lombrico; che vivesse in fondo al mare, perché aveva il totem dello squalo; che vivesse nei treni merci, perché per eludere la polizia sapeva tramutarsi in pacco postale…”

E anche quando Angoualima muore, Gregoire non demorde e visita la tomba dello spietato delinquente cercando consigli ed incoraggiamenti per il suo agire. Perché sì, lui è un aspirante omicida e sente di poter fare qualcosa di grande, di memorabile, di efferato. E dopo un bastone infilato nell’occhio di suo fratello adottivo, una martellata in testa ad un notaio, un tentativo di stupro fallito, è pronto- crede- per un omicidio. Si tratta, adesso, di trovare una vittima. Peccato che sia proprio Germaine, una donna che potrebbe amare…

Non serve a niente cercare la maniera perfetta di uccidere Germaine, ora lo so. In un modo o nell’altro finirò comunque per ucciderla. Non so perché mi piace tanto pensare di non sapere ancora come procederò. In effetti mi pongo di continuo questa domanda: ”Quale morte non vorrei mai subire io, se potessi scegliere?” Non so rispondere a questa domanda, perciò mi viene da pensare che il risvolto più interessante della morte è che, eccezion fatta per chi si suicida, nessuno può prevedere quale sarà la sua…Culliamo l’idea di morire da vecchi, durante un sonno placido e mellifluo…crediamo di avere tutto il tempo del mondo. Ma alla fine passa un carro funebre , un vicino muore…e ci ricordiamo che siamo solo di passaggio, su questa terra…”

Grazie ad una scrittura graffiante - ed esplosiva per ironia e sarcasmo - Alain Mabanckou ci tuffa in una realtà squallida e triste senza mai farci perdere il sorriso e, sferzando e deridendo il suo “eroe”, riesce a denunciare con ancora più forza le ipocrisie della società cosiddetta “per bene”.

Sì, la volgarità mi piace. Mi piace perché è l’unica a esprimere quello che siamo, senza le orribili maschere che per natura indossiamo e ci rendono meschini, ipocriti, sempre a correre dietro a un pudore di cui mi frega meno che dei miei ultimi calzini bucati”.

Poeta e romanziere africano prolifico e pluripremiato (l’Academie Francaise gli ha conferito il Grand Prix de la Littérature Henri Gal), Mabanckou è anche entrato nella cinquina del Premio Strega Europeo con Pezzi di vetro (66thand2nd, 2015).

___________________

African Psycho, di Alain Mabanckou, 66THAND2ND, pp.155, €17,00

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella pagina di policy & privacy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all’uso dei cookie. Policy & Privacy