Covarino, reperti di mutazioni fossili

Pubblicato: Lunedì, 28 Settembre 2020

Una interessante mostra al Museo della Cattedrale di Chiusi (Siena)

Giusy Alvito

Il Museo della Cattedrale di Chiusi prosegue nel ricco e interessante programma espositivo che mette in relazione il patrimonio artistico esposto in permanenza con artisti contemporanei. Voluta dal Consiglio Direttivo del Museo, l’iniziativa intende vitalizzare l’importante centro espositivo e con esso l’intera comunità della cittadina toscana. Ancora in corso la mostra “Tempo e Mistero” dell’artista Gianfranco Gobbini visitabile all’interno delle sale, lo spazio si arricchisce dell’esposizione nell’area esterna, l’elegante giardino da cui si accede al famoso Labirinto di Porsenna, con le sculture in ceramica di Daniele Covarino.

 

 

Curata dal critico d’arte Andrea Baffoni, l’esposizione dal titolo “Reperti di mutazioni fossili” intende portare l’attenzione sul tema della ceramica contemporanea in una sorta di recupero della storia. Importanti infatti i reperti ceramici presenti nel museo e con i quali la scultura contemporanea di Covarino riesce a entrare in relazione. L’evento intende anche ampliare l’offerta espositiva contemporanea non escludendo la magnifica parte esterna del museo, splendidamente affacciata sulla valle sottostante Chiusi e riccamente contornata dal verde in una sorta di affascinante cornice urbana.

 

 

Circa dieci le sculture di Covarino collocate  nel giardino in dialogo con la terra e le materie biologiche. La scelta è infatti caduta su questo scultore poiché le sue forme richiamano gli albori delle masse biologiche. Sculture di terra che sembrano voler tornare alla terra, ricoprirsi di muschi, divenire casa per animali o insetti. Fossili primitivi, di una qualche lontana discendenza, forgiati tra le mani dell’artista con l’antica sapienza del ceramista.

L’arte di Daniele Covarino rappresenta – ha scritto di lui Baffoni - un viaggio nel mistero della trasformazione materica. Ed è così, che attraverso semplici forme, allusive agli albori delle prime masse biologiche, l’artista interpreta il mistero della vita. Con le sue sculture Covarino sembra voler riflettere il senso di un elaborato che partendo dalla lavorazione dell’argilla, conclude il suo percorso nuovamente a contatto con l’elemento da cui prese origine. Queste sculture sembrano voler tornare alla terra, ricoprirsi di muschi, divenire casa per animali o insetti.

 

 

In questo modo la ceramica assume i contorni di una ricerca interna, biomorfica e organica. Un modo per scoprire i processi formativi biologici. Sculture come larve di primordiali vite trascorse, di esseri immaginari che non hanno mai respirato aria, ma che ugualmente vivranno nei secoli a venire. Fossili primitivi, di una qualche lontana discendenza, forgiati tra le mani dell’artista con l’antica sapienza del ceramista.

Covarino usa la tecnica del colombino, sovrapponendo, una dopo l’altra, strisce d’argilla che si stratificano, saldandosi ed andando a comporre la forma. L’artista lavora come il vasaio, ma senza produrre, altresì, oggetti d’uso, piuttosto mutando le sue opere in essenze scultoree, dove tutto rimanda ad un passato inteso come matrice di vita.

 

 

 L’argilla viene interpretata da Covarino come possibilità di regressione formale, un po’ narrando di un naturalismo “partecipato” dal di dentro. Le sue mani riproducono i tessuti connettivi della materia organica, addentrandosi nel mistero dei meandri cellulari. Il colombino diventa metafora di connessione molecolare, senza la minima allusione alla ricerca scientifica, ma solo interpretando istintivamente il processo vitale. Da ciò la narrazione di forme che ricordano fossili, come detto, ma anche organi interni, con particolare attenzione per sinuosità prossime agli apparati riproduttivi: cavità uterine destinate a generare la vita, così il processo realizzativo di Covarino si ritrova perfettamente espresso nell’attività del vasaio, giungendo alla metafora del vaso alchemico. Le opere, cave come il ventre della madre, alludono alla morbidezza del grembo, spostando il richiamo verso il foco, l’energia che ha forgiato la materia delle stelle e dei pianeti, quella stessa energia da cui si genera la vita, ed il calore sembra così imprimere un senso di vitale appartenenza.

 

 

Daniele Covarino (Roma 1977). Consegue il Diploma presso l’istituto d’Arte di Deruta nel 1996, sezione ceramica. Successivamente si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Perugia, sezione scultura, dove si diploma nel 2004. Dal 2002, selezioni al Premio di Pittura e Scultura a Corciano, con la Galleria Torre Strozzi a Parlesca (PG). Vince il 1° Premio del Concorso Regionale di Gualdo Tadino, 1996. Menzione speciale al “Premio Corciano”, 2009. Attestato al Merito al Premio “Il cortile degli artisti” di Gualdo Tadino, 2011. Menzione speciale al Premio Nazionale Musa d’Argento nella provincia di Ragusa in Sicilia, 2016. Mostre personali e collettive a Cervia, Bologna e Milano.

 

 Chiusi, Museo Diocesano della Cattedrale


 

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