La “Inevitabile rivoluzione” di Berzsenyi

Pubblicato: Venerdì, 03 Maggio 2019

Personale dell’artista ungherese allo Studio Arte Fuori Centro di Roma

Giusy Alvito

Balàzs Berzsenyi

Venerdì  3 maggio  2019, alle ore 18,00 a Roma, presso lo Studio Arte Fuori Centro, via Ercole Bombelli 22 si inaugura la mostra Balàzs Berzsenyi “Inevitabile rivoluzione” a cura di Loredana Finicelli. L’esposizione rimarrà aperta fino al 17 maggio secondo il seguente orario: dal martedì al venerdì dalle 17,00 alle 20,00, altri orari su appuntamento.

Il ciclo di quattro esposizioni, “Scultura in Action. Materia in progress – In/torno alla scultura”, parte da alcune considerazioni riguardo la natura della scultura moderna su cui rifletteva, sul finire del Novecento, la grande studiosa Rosalind Krauss e cerca di riaffermare l’assoluta continuità della scultura contemporanea con la tradizione pregressa, pur nella innovazione complessiva di materiali, tecniche e fini.

Il ciclo espositivo interamente dedicato alla scultura si articola nelle mostre di quattro artisti contemporanei, tre scultrici e uno scultore: Mara Brera, Francesca Blasi, Carla Crosio, Balàzs Berzsenyi.

Quello di Berzsenyi, scultore ungherese, è un lavoro complesso, dai significati simbolici stratificati, un momento in cui la magnificenza decorativa orientale e il rigorismo strutturale d'occidente entrano in contatto dando vita a una esperienza visiva ed estetica di grande suggestione visionaria.

 

 

Con una installazione di oltre 20 elementi, Berzsenyi ci racconta una storia, anzi, come direbbe lui stesso una favola, perché le favole hanno parametri temporali sfuggenti nel loro “qui e sempre” e, solitamente, un lieto fine.  Una favola che prende forma da un mestiere antichissimo e cristallino, capace di trattare ogni superficie con la perizia dell'orafo e la forza modellante del fabbro; un mestiere che spicca per il possesso di ogni strumento modellante, per la sapienza con la quale conserva e applica ogni segreto, maturato alla luce di una esperienza pluriennale. E la favola che Berzsenyi mette in scena è una allegoria  del potere, e, come tale, la rappresentazione di una storia senza date e senza tempo perché, in fondo, è la storia di ogni luogo e di ogni società, fatta di dominatori e sudditi. Dietro un carro allegorico, vuotamente magnificente, un’umanità apparentemente indistinta, se non per le vesti che indossa, incede verso un futuro neanche troppo ignoto. In questa messa in scena teatrale e solenne, che risplende per la ricchezza dei materiali e dei giochi luministici, lo scultore plasma una metafora di tutti i tempi, presentando un’umanità in viaggio che si riveste di ricchezze futili e perde i suoi riferimenti interiori, accresce beni e materia e smarrisce sostanza spirituale. Un cammino lento ma inesorabile sottolineato da una musica onirica, che invita a riflettere e, prima che sia troppo tardi, a fermarsi.

 

 

Come scrive Loredana Fanicelli nel suo interessante e chiaro testo introduttivo, “in questa messa in scena teatrale e solenne, che risplende per la ricchezza dei materiali e dei giochi luministici, lo scultore plasma una metafora di tutti i tempi, presentando un’umanità in viaggio che si riveste di ricchezze futili e perde i suoi riferimenti interiori, accresce beni e materia e smarrisce sostanza spirituale. Un cammino lento ma inesorabile sottolineato da una musica onirica, che invita a riflettere e, prima che sia troppo tardi, a fermarsi”. Inoltre: “il potere senza tempo e senza storia è l’oggetto di indagine della installazione “Inevitabile rivoluzione” che Balàzs Berzsenyi allestisce disponendo in campo oltre venti elementi. Un lavoro che misura diversi metri, dalla natura complessa e dai molteplici significati simbolici; dai rimandi stratificati che si articolano intorno a una macchina magnificente che invade lo spazio – e la mente dello spettatore – con la forza della sua monumentalità suggestiva e la potenza di un gioco cromatico teso a esaltare il valore visionario della composizione. Un’opera sorprendente, a metà strada tra il gioco di prestigio e la visione fantasmatica, uno spaccato di storia senza tempo né geografia dove si ripropone uguale a se stesso il destino umano fatto di uomini potenti e masse anonime e succubi, rese cieche dal gioco immaginifico e rituale della rappresentazione”.

 

 

“Ori come apparati antichi - continua la curatrice della mostra - cesellati da abilissimi mastri di corte, e riti lontani, dalle origini misteriose e imperscrutabili invadono la scena di questa allegoria del potere, una sfilata lenta ma incalzante di uomini solo apparentemente uguali, ma differenti per rango e consapevolezza: un carro che procede dalla notte dei tempi e che ha le sembianze di una processione sacra sotto la quale si maschera l’illusione collettiva di giustizia e magnanimità di chi governa. Berzsenyi è uno scultore dal mestiere antico e cristallino; ha la forza del mago nel cesellare le superfici con una dedizione sapiente e inarrivabile, la potenza del demiurgo nel plasmare il metallo, piegarlo in fogge articolate e inattese; e, da ungherese quale è, oriente di confine, cavalcavia di religioni e culture, Berzsenyi racconta il mondo attraverso le fiabe, che, di norma, non hanno età ma garantiscono un lieto fine. In questo caso, una favola e una messa in scena, dove oltre alla suggestione domina un possesso impressionante delle tecniche scultoree, capaci di far interagire e tenere insieme in un unico complesso organismo, materiali nobili e antichi, materie industriali, residui tecnologici e detriti, sia tecnici che umani”.

 

 

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