De Pisis, la poesia dell’attimo fuggente

Pubblicato: Martedì, 22 Gennaio 2019

In mostra fino al 2 giugno al Padiglione d’arte contemporanea di Ferrara

Norma De Lollis


Filippo De Pisis, 1938  

In concomitanza con i lavori di riqualificazione architettonica di Palazzo Massari e la contestuale chiusura dei musei lì ospitati, la Fondazione Ferrara Arte e le Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea organizzano una rassegna che intende restituire alla fruizione del pubblico le opere di Filippo de Pisis (Ferrara, 11 maggio 1896 – Brugherio, 2 aprile 1956).

Negli spazi del Padiglione d’Arte Contemporanea verrà esposto un ricco corpus di opere del Museo d’Arte Moderna e Contemporanea “Filippo de Pisis”, per ripercorrere le fasi salienti della parabola creativa dell’artista. A seguito delle ricerche condotte sull’Archivio Raimondi conservato presso l’Università di Bologna, la mostra presenterà una selezione di lettere, cartoline e testi autografi che dagli anni Venti ai Cinquanta De Pisis invia a un amico fraterno, lo scrittore e critico bolognese Giuseppe Raimondi. Una documentazione privata e affascinante, che offre un contesto inedito alla ricostruzione cronologica della carriera del pittore.

 

A sinistra: Filippo de Pisis: Il gladiolo fulminato, 1930 Olio su cartone incollato su compensato, cm 71,5 x 51. Ferrara, Museo d’Arte Moderna e Contemporanea “Filippo de Pisis”. Donazione Franca Fenga Malabotta
A destra: Filippo de Pisis: Natura morta con pane, formaggio e bottiglia, 1936 Olio su cartone incollato su compensato, cm 46,5 x 55. Ferrara, Museo d’Arte Moderna e Contemporanea “Filippo de Pisis”. Donazione Franca Fenga Malabotta

L’abilità di De Pisis nell’esprimere l’anima della natura, degli oggetti, delle persone, dei luoghi – in primis Ferrara come lontano incanto metafisico – trova fondamento nella letteratura, il mezzo prediletto durante la sua giovinezza per filtrare la realtà circostante. Una modalità espressiva connaturata al suo immaginario che non si esaurisce neppure quando si compie, tra l’apprendistato romano e il trasferimento a Parigi nella primavera del 1925, il passaggio definitivo alla pittura. Esemplare di questo nesso è la Natura morta con il martin pescatore (1925), dove è mirabilmente raffigurato il tema pascoliano del ricordo. Mentre nelle atmosfere misteriose e sospese delle Cipolle di Socrate e delle “nature morte marine”, realizzate tra il 1927 e il 1932, il poeta-pittore riconsidera il personale rapporto con la metafisica di De Chirico, conosciuto a Ferrara nel 1915.
Negli anni della maturità, per De Pisis diventa preponderante trascrivere sulla tela le pure emozioni di fronte all’oggetto della rappresentazione. Ecco che le suggestioni figurative catturate tra gli angoli della metropoli francese diventano vedute urbane (“La Coupole”, 1928) o nature morte di originale concezione (I pesci marci, 1928). Ma vanno ricordate anche opere meditate nella tranquillità dello studio come il Gladiolo fulminato (1930) e dal toccante lirismo come “La lepre” (1933).
Nel percorso cronologico si intersecano due sezioni tematiche. La prima ruota attorno alla bellezza efebica, tema incessantemente trasposto con matite o pennelli sui fogli di un ricchissimo “diario per immagini”. Nell’altra è invece proposto un inedito dialogo tra alcune bellissime nature morte di De Pisis e quelle, rare, realizzate da Giovanni Boldini: un simbolico passaggio di testimone tra due generazioni e tra due visioni lontane del fare pittura.

 

Filippo de Pisis: Natura morta con agli, 1930 Olio su tela, cm 38 x 60. Ferrara, Museo d’Arte Moderna e Contemporanea “Filippo de Pisis”. Donazione Fondazione Giuseppe Pianori

 

Luigi Filippo Tibertelli de Pisis, semplicemente conosciuto come Filippo de Pisis (Ferrara, 11 maggio 1896 – Brugherio, 2 aprile 1956), è stato un pittore e scrittore italiano, uno tra i maggiori interpreti della pittura italiana della prima metà del Novecento. De Pisis inizia adolescente a scrivere poesie, ma si dedica anche allo studio della pittura sotto la guida del maestro Odoardo Domenichini nella sua città natale, Ferrara, ed è proprio la pittura in seguito a portarlo a vivere una vita avventurosa, appassionata in varie città sia italiane Roma, Venezia e Milano, sia europee Parigi e Londra. Nel 1915 incontra De Chirico e il fratello Alberto Savinio a Ferrara per il servizio militare e nel 1917 Carlo Carrà. Conosce e si entusiasma rimanendo suggestionato del loro modo di concepire la pittura e, inizialmente, ne condivide lo stile metafisico ma poi brevi soggiorni a Roma e a Parigi all'inizio degli anni venti gli aprono nuovi orizzonti pittorici. Inizia a rielaborare un suo stile fatto di suggestioni e soggetti del tutto originali, dove il tratto pittorico diventa spezzato quasi sincopato, definito da Eugenio Montale “pittura a zampa di mosca”. L'amicizia con Julius Evola gli consente di approfondire i suoi interessi esoterici e di trasferirli nell'arte moderna. De Pisis dopo avere scritto prose, liriche e poesie raccolte ne “I Canti de la Croara” ed “Emporio” nel 1916, nel 1920 inizia a scrivere il saggio “La città dalle 100 meraviglie”, pubblicato in seguito a Roma nel 1923, dove si può notare l'influenza dei fratelli De Chirico con la loro visione nostalgica e malinconica della pittura. Alla ricerca di nuovi stimoli si trasferisce nel 1925 a Parigi. Il soggiorno si protrasse ininterrottamente per quattordici anni rivelandosi proficuo sotto vari aspetti, ed essenziale sotto l’aspetto artistico. Conosce Édouard Manet e Camille Corot, Henri Matisse e i Fauves, per un uso più gestuale del colore e, oltre alle nature morte, dipinge nel periodo parigino paesaggi urbani, nudi maschili e immagini d'ermafroditi.

 

Filippo de Pisis: Natura morta col martin pescatore, 1925 Olio su cartone, cm 46 x 71,5. Ferrara, Museo d’Arte Moderna e Contemporanea “Filippo de Pisis”

 

Le immagini che l'artista dipinge sono, più che disegnate, evocate e circondate da un continuo clima poetico, come risulta dalle vedute parigine, londinesi, dalle marine veneziane, dai nudi e dai grandi mazzi di fiori. Effettuerà anche alcuni ritratti, molto noto è quello dell'amico Mariano Rocchi del 1931, oggi conservato presso il Museo del Novecento di Milano. Nel 1949-1950, de Pisis aderisce al progetto della importante collezione Verzocchi, sul tema del lavoro, inviando, oltre a un autoritratto, l’opera “Piccolo fabbro”. La collezione Verzocchi è conservata presso palazzo Romagnoli a Forlì, sede delle collezioni del novecento.

 

A sinistra: Filippo de Pisis: I pesci marci, 1928 Olio su cartone, cm 53,5 x 63,5. Ferrara, Museo d’Arte Moderna e Contemporanea “Filippo de Pisis”. Donazione Franca Fenga Malabotta 
A destra: Filippo de Pisis: Ritratto di Allegro, 1940, Olio su cartone incollato su tavola, cm 71 x 61. Ferrara, Museo d’Arte Moderna e Contemporanea “Filippo de Pisis”. Donazione Franca Fenga Malabotta 

 

Anche le opere del suo ultimo periodo (una lenta malattia lo consumò in una clinica milanese, villa Fiorita a Brugherio) risentono di un'intensità poetica eccezionale, di una netta opposizione a ogni forma di classicismo, delle sue straordinarie doti di colorista che lo pongono fra i più grandi pittori contemporanei.

L’attività artistica di De Pisis si chiude con le opere scabre e pallide risalenti al ricovero nella clinica di Villa Fiorita (La rosa nella bottiglia, 1950; “Le pere – Villa Fiorita”, 1953), ambiente idealmente suggerito nello spazio chiuso e bianco dell’ultima saletta al piano superiore per sottolineare la dimensione appartata e malinconica dell’ultimo tratto di vita.

 

 

 

 

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