La “luccicanza” ed i fantasmi: tra Shining e Giro di vite

Pubblicato: Martedì, 23 Giugno 2015

di Federica Pergola


Leggendo per la prima volta Shining, qualche settimana fa, mi è capitato di pensare insistentemente a Il giro di vite di Henry James.

Epoche, stili, atmosfere ed effetti diversissimi tra loro, e tuttavia…

Entrambe le opere- romanzo il primo, racconto lungo il secondo- sono storie di fantasmi. In entrambe un male sinistro e perverso finisce col corrompere e perseguitare, come visitazione malefica, i protagonisti.

Il “giro di vite” dato al racconto nel racconto di James - cioè il fatto che l’apparizione spaventosa di un fantasma si concreta davanti a due bambini - aggiunge alla vicenda un fascino particolare: è la presenza dei bambini a dare alla circostanza un altro giro di vite… è la condizione dei bambini, il loro essere particolarmente esposti al male, a stringere ancor più la situazione intorno all’orrore e alla distruzione.

 

Ma anche in Shining c’è un bambino: Danny, che insieme al suo papà e alla sua mamma è costretto a passare diversi mesi presso l’Overlook Hotel, sulle alte montagne del Colorado. Suo padre, Jack Torrance, ha dovuto accettare il posto di guardiano invernale dell’hotel dopo aver perso il suo lavoro di insegnante a causa dei suoi problemi coll’alcol. Danny ha cinque anni ma è speciale: possiede infatti lo shine, la luccicanza, che gli permette di sapere in anticipo cosa accadrà e di sentire i pensieri e le emozioni degli altri…

Quando infine arriva l’inverno, eccoli soli e per lunghi mesi prigionieri della neve, in quell’albergo imponente già teatro di numerosi delitti e suicidi  (e inevitabilmente ricco di fantasmi: “Tutti i grandi alberghi hanno i loro scandali. Così come ogni grande albergo ha il suo fantasma. Perché? Diavolo, la gente va e viene. A volte uno degli ospiti tira le cuoia in camera sua” dice il custode Watson a Jack Torrance mentre gli spiega come far funzionare la pericolosa, obsoleta caldaia).

L’Overlook ha assorbito le forze maligne che lo hanno abitato in passato così come Flora e Miles (i bambini di James) sembrano aver assorbito le nefandezze inenarrabili  (e non narrate per un preciso e determinato scopo:“se gli avvenimenti si mantengono velati-scriveva James- la fantasia è più libera di sbizzarrirsi a figurarsi gli orrori…”) a cui la vicinanza della vecchia istitutrice e del domestico personale del padrone, zio e tutore dei bambini, li hanno esposti. Anche loro, inoltre, sono in certo qual modo prigionieri a Bly, la vecchia casa di campagna in cui risiedono con la nuova istitutrice e la dolce governante di sempre. Siamo infatti in un tempo (fine 1800) in cui le comunicazioni scarseggiano e, particolare che “suonava poco chiaro, suonava strano”, la condizione principale per ottenere il posto di lavoro (messa in campo dal tutore dei bambini) era proprio quella di non disturbarlo mai, di non farlo mai chiamare, mai, per nessuna ragione: né lamentarsi né scrivere: l’istitutrice avrebbe dovuto risolvere qualunque eventuale problema da sola…

Ecco quindi un luogo nefasto, la presenza di bambini, la forzosa solitudine, degli adulti turbati (Jack quando è ubriaco “perde la calma”; sua moglie lotta ancora con i suoi irrisolti conflitti con la propria madre e l’istitutrice jamesiana sembra davvero nata dalla lettura degli sudi freudiani sull’isteria); ecco delle presenze oscure, il possesso della luccicanza (ce l’ha Danny, ma anche l’istitutrice, sulla quale già nel dicembre del 1898, molto tempo prima delle interpretazioni moderne del Giro di vite, un critico anonimo scriveva: “non ha assolutamente nulla su cui basare le sue allarmanti sensazioni. Ella percepisce ciò che è al di là di ogni percezione”) e il progressivo avanzare del male…  

E se di Shining rimangono memorabili le scene del bellissimo film di Kubrick (colpevole, forse, di aver nascosto colla propria forza visiva un romanzo più profondo ed intenso di quanto si penserebbe) su James ancora si dibatte. Adottando il punto di vista circoscritto James organizza il racconto in modo tale da rendere ambigua la vicenda: tutta la visione è limitata sostanzialmente a quella della narratrice (la nuova istitutrice) ed è per questo che da oltre un secolo ancora ci si interroga sulla verosimiglianza della storia. Ci sono veramente, i fantasmi, o è la donna a crearli, credendo di vederli? La questione è cruciale, perché in un caso si pone come la salvatrice dei bambini, dall’altro, con le sue colpevoli insistenze, è lei stessa a terrorizzarli, portandoli sull’orlo della follia.

Per quanto in Shining siano in molti a vedere i fantasmi (Danny per primo, ma anche Jack e il cuoco Hallorann, anch’egli portatore di shine) anche in King sono molti i momenti in cui il lettore è portato a chiedersi se esistano davvero o se siano solo frutto di oscure ossessioni e repressioni, allucinazioni di una psiche turbata…

Le apparizioni si accordano con le crisi di coscienza che le hanno generate; le narrazioni, oltre a farci fremere in quanto racconti di fantasmi, possiedono quindi l’ulteriore fascino di essere anche simboliche.  Queste luccicanze spettrali hanno le loro origini dentro di noi, sono presenti ogni qual volta l’emozione supera le nostre capacità espressive e cognitive: qualcosa, sempre, rimane inspiegato- e inesplicabile.

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Shining, di Stephen King, Bompiani, €13,00

Il giro di vite, di Henry James, Mondadori, €9,00

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